Sandro Mazzola ha seguito le orme di suo padre. E che padre. Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino, un uomo diventato leggenda insieme ai suoi compagni di squadra, rimasti per sempre nella memoria di chi ama il calcio.
Sandro lo ha seguito per tutta la vita. Lo ha raggiunto oltre la vita terrena e oggi viene quasi naturale immaginare quell’abbraccio con suo padre Valentino, con il capitano degli Invincibili, con quell’uomo di cui Sandro ha parlato e raccontato tante volte.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Sandro Mazzola ha potuto apprezzare non soltanto il grande campione, ma soprattutto l’uomo.
Un uomo dal modo pacato e ragionato di parlare, capace di raccontare il calcio senza bisogno di alzare la voce, senza cercare protagonismi, con quella serenità che apparteneva a una generazione cresciuta dentro un calcio profondamente diverso da quello di oggi.
Nel periodo di Granata Voice, trasmissione in onda sull’etere romano e laziale, ci fu anche l’occasione di condividere con Sandro lunghe chiacchierate sul calcio, sulla sua storia e sui suoi protagonisti.
Erano conversazioni che andavano oltre il risultato di una partita.
Perché quando Sandro parlava di calcio si percepiva che quel mondo lo conosceva davvero. Lo aveva vissuto da protagonista e ne conosceva uomini, valori, rivalità e contraddizioni.
Ma la storia di Sandro Mazzola non può essere raccontata senza passare da Torino.
Torino era la città di suo padre. Era il luogo nel quale Valentino aveva costruito la leggenda del Grande Torino, ma era anche la città dell’infanzia di Sandro, quella nella quale viveva con il padre e dalla quale, dopo la tragedia, sarebbe stato separato per sempre.
Il rapporto con il Torino avrebbe avuto anche un curioso incrocio con la sua carriera calcistica. Quando Sandro era ancora un ragazzo e giocava nelle giovanili dell’Inter, il Torino lo osservò durante una partita disputata proprio a Torino. Dal campo si vedeva la Basilica di Superga. Quel giorno, davanti agli occhi di Sandro, riaffiorò tutto il peso della propria storia familiare. Raccontò che le gambe e la testa non riuscivano a funzionare, che giocò male e che rimase a lungo seduto in panchina dopo la partita. Fu proprio allora che Maino Neri, grande maestro del calcio e uomo legato al Torino, gli andò incontro per rassicurarlo.
Forse è difficile immaginare cosa potesse significare per un ragazzo vedere quella collina mentre cercava di costruirsi una propria identità nel calcio.
Era la collina dove suo padre era morto.
Era il luogo che aveva trasformato Valentino Mazzola da padre in leggenda.
E Sandro avrebbe dovuto convivere per tutta la vita con quella doppia dimensione: essere figlio di Valentino e, allo stesso tempo, diventare semplicemente Sandro.
Ci riuscì, lo fece con l’Inter, la squadra che lo accolse da ragazzo e che sarebbe diventata la sua casa calcistica. Nelle giovanili fu seguito anche da Giuseppe Meazza e il 10 giugno 1961 arrivò il debutto in Serie A contro la Juventus, a Torino, in una partita terminata 9-1 per i bianconeri nella quale proprio Sandro segnò l’unico gol nerazzurro.
Da quel momento iniziò una carriera straordinaria.
Per 17 stagioni Mazzola avrebbe indossato la maglia dell’Inter, diventando uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera. Con i nerazzurri conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1964, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, segnò una doppietta nel 3-1 che consegnò all’Inter la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Nel 1965 diventò anche capocannoniere della Serie A con 17 reti.
Con la Nazionale italiana vinse il Campionato Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale del 1970 in Messico, diventando uno dei protagonisti della celebre staffetta con Gianni Rivera. Nel 1971 arrivò anche il secondo posto nel Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff.
Era il calcio dei grandi duelli, quello che aveva visto contrapporsi campioni come Sandro Mazzola e Gianni Rivera. Una rivalità sportiva entrata nella storia del calcio italiano, vissuta in un’epoca nella quale il talento, la personalità e il rispetto per l’avversario potevano convivere un calcio fatto di uomini.
Dopo aver chiuso la carriera da calciatore, Sandro rimase nel mondo del calcio anche come dirigente. E il destino lo riportò ancora una volta a Torino.
All’inizio degli anni Duemila, infatti, Mazzola ricoprì l’incarico di direttore sportivo del Torino, tornando così, in una veste diversa, nella città del padre e nella società che aveva rappresentato una parte fondamentale della sua storia familiare.
Ma il rapporto più profondo con Torino rimase sempre quello con Superga.
Sandro non ha mai nascosto quanto fosse difficile tornare su quella collina.
Nel corso degli anni raccontò di essere salito molte volte a Superga da solo, scegliendo spesso giorni e orari lontani dalle celebrazioni ufficiali. Non cercava la folla. Cercava il silenzio. Cercava un momento privato con suo padre, con i suoi compagni e con quella parte della propria vita che nessuno avrebbe mai potuto cancellare.
E c’è una frase che forse racconta meglio di qualsiasi altra cosa il rapporto tra Sandro, Valentino e Superga: quando arrivava il 4 maggio, raccontava che quella giornata gli dava una spinta in più per ricordare suo padre, i suoi compagni e tutti coloro che erano morti nella tragedia.
Perché Sandro aveva perso suo padre quando aveva appena sei anni.
Eppure Valentino era rimasto sempre presente.
Nel suo modo di giocare, nel suo modo di parlare.
Nei ricordi e nella sua vita.
E forse anche nel modo con cui Sandro ha affrontato il calcio, cercando di dimostrare prima di tutto a se stesso di poter diventare un grande calciatore con le proprie forze, con il proprio talento e con il proprio lavoro.
È questa la grandezza della sua storia.
Essere stato figlio di una leggenda senza rimanere soltanto il figlio della leggenda.
Essere diventato Sandro Mazzola.
Il campione dell’Inter.
Il campione d’Europa.
Il vicecampione del mondo e protagonista della Grande Inter.
Il dirigente ma soprattutto l’uomo che chi ha avuto la fortuna di conoscere ha potuto apprezzare per la sua disponibilità, la sua educazione, il suo modo pacato di raccontare e quella capacità di parlare di calcio senza mai dimenticare che dietro ogni partita ci sono uomini e storie.
Per questo oggi è difficile trovare le parole giuste per ricordarlo.
Perché quando scompare una persona che ha attraversato la storia del nostro calcio, non viene meno soltanto un campione.
Se ne va una parte della memoria collettiva.
Sandro Mazzola era anche questo: memoria.
La memoria di Valentino, del Grande Torino, dell’Inter, della Nazionale, delle grandi sfide, dei grandi campioni e di un calcio che ha fatto innamorare generazioni di tifosi.
Oggi Sandro può finalmente riabbracciare suo padre Valentino.
Può salutare il capitano del Grande Torino e tutti gli Invincibili.
E può ritrovare tanti altri campioni che, come lui, hanno lasciato troppo presto questo mondo.
Buon viaggio, Sandro, grazie per quello che ci hai lasciato.
Per chi ha avuto la fortuna di conoscerti e di apprezzarti, resterai molto più del grande calciatore che sei stato.
Resterai l’uomo che ha saputo raccontare il calcio con la semplicità, l’eleganza e il rispetto di chi quel calcio lo ha vissuto davvero.
E forse, da lassù, insieme a tuo padre Valentino, continuerai a raccontare quella storia.
La storia di un calcio che non c’è più, ma che attraverso uomini come voi continuerà a vivere nella memoria di chi lo ha amato.