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Disinteresse, paura ed incompetenza: le ragioni dell’oblio dello sport italiano

(Fonte foto: IlCentro.it)

Nel girovagare nei paesini abruzzesi in macchina, mi sono imbattuto in un cartello stradale dov’era riportata la scritta “Attenzione rallentare. In questo paese i bambini giocano ancora per la strada”. Dapprima ho avuto una sensazione di piacere, perché mi ha riportato ovviamente ai miei ricordi da bambino, ma subito dopo mi son cadute le braccia. Sì perché i cartelli stradali sono soliti segnalare situazioni che alla guida potrebbero presentarsi in maniera inaspettata, e dunque di prestare attenzione. Non troveremo mai un cartello che segnala i pedoni per strada, perché è naturale aspettarsi di incontrarli, ma a quanto pare, al giorno d’oggi, non ci si aspetta più di incontrare i bambini che giocano per strada. Quell’“ancora” poi sta a segnalare come in quel paese sia in vigore quello strano fenomeno per il quale i bambini giocano in strada, considerato, a quanto pare, al pari di un’usanza desueta. Siamo veramente giunti a questo punto? Abbiamo davvero la necessità di segnalare l’insolita presenza di bambini che potrebbero giocare in strada?

Evidentemente sì. La genesi del problema, ammesso che abbiamo la coscienza di riconoscerlo tale, va ricercata nell’evoluzione sociologica del nostro Paese. Lo sviluppo della tecnologia con le smart tv, smartphone, calcio spezzatino in tv, spettacolarizzazione dello sport ed il divismo, oltre alla pandemia e al lockdown del nostro recente passato uniti alle congiunture economiche di anno in anno sempre più difficili, sono tutti fattori che hanno portato le famiglie a far uscire i bambini sempre meno e a praticare ancor meno lo sport. In Italia purtroppo siamo circondati dal totale disinteresse. Si ha la sempre più forte sensazione che le persone non sentano più il bisogno di nutrire la mente ed il fisico. Non si fa più sport, non si va più al cinema, non si va più al teatro, non si esce più perché il potere di acquisto scende e si tende a sacrificare le attività cosiddette futili come sport e cultura e si resta in casa. Ma far uscire i bambini a giocare in strada non comporterebbe nessun costo, dunque le ragioni di quel cartello che annuncia la possibile (ma insolita) presenza di bambini intenti a fare sport all’aria aperta, sono probabilmente da ricercare nel disinteresse e nella paura. Sì, la paura e ce lo ricorda anche Beppe Saronni, indimenticato campione del ciclismo italiano, in una recente intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. Saronni ha descritto in maniera sconfortante lo scenario del ciclismo azzurro. Nelle ultime competizioni, infatti, gli azzurri non hanno mai avuto un ruolo di rilievo salvo rarissime eccezioni. Nello specifico Saronni ha detto testualmente “Il ciclismo italiano lo vedo malissimo.” Quella di Saronni è una sentenza senza appello per lo sport che l’ha reso grande. Secondo l’ex campione italiano, ogni paese aveva una propria società e corse proprie, con una base molto più larga, invece oggi non c’è più niente e con la consueta franchezza ha aggiunto come la situazione non potrà far altro che peggiorare.

Oltre alla base venuta meno, l’ex ciclista evidenzia anche le ragioni di questo declino, da ricercare secondo lui nella sofferenza del ciclismo rispetto all’arrivo di sport nuovi, in parte anche più attraenti per le nuove generazioni, ma soprattutto nel pericolo visto dalle famiglie nel praticare il ciclismo su strada, considerata ormai un’attività troppo pericolosa. Purtroppo che oggi sia pericoloso è in parte vero e quando eravamo ancora Granatavoice.it, vi abbiamo proprio raccontato la storia di Mauro Mannucci, ciclista amatoriale morto in strada in un incidente stradale lo scorso mese di settembre, per il quale, proprio una settimana fa, l’esito della perizia richiesta dal PM Guido Cocco ha di fatto sancito l’assenza di responsabilità per la vittima dell’incidente avvenuto il 2 settembre 2021. Mannucci, infatti – come definito nella perizia – “era pienamente visibile”, aveva la precedenza e rispettava il limite di velocità fissato a 50 km/h. Dunque la lacuna dell’assenza di sicurezza in strada potrebbe essere colmata, secondo Saronni, da un progetto che valorizzi gli impianti, per far svolgere ai ragazzi l’attività ciclistica. La carenza di strutture e problemi organizzativi sarebbero alla base dei problemi del ciclismo italiano ed è per questa ragione che non si registrano nuovi talenti all’orizzonte proprio come Beppe Saronni, secondo il quale, Filippo Ganna, sarebbe un’eccezione di questo deserto di atleti azzurri perché, da lui definito, “un talento naturale venuto fuori però casualmente.”

Il ciclismo potrebbe così rinascere non tanto con un piano di rifinanziamento – perché in realtà le risorse non mancherebbero – ma investendo su progetti veri, idee e persone credibili, che possano far rialzare la testa e portare in alto i colori azzurri in questo sport. E probabilmente questa ricetta potrebbe essere quella vincente per ogni sport, anche per il calcio. Investire su progetti, idee e persone credibili nel calcio, puntare alla sicurezza degli stadi, alla fruibilità dell’evento sportivo, potrebbe finalmente ridare slancio ad un calcio italiano che sta vivendo forse uno dei momenti più bui della sua storia.

Riusciremo a tornare a vivere con la voglia di fare sport e di prenderci cura di noi? Riusciremo a rimuovere i cartelli che annunciano i bambini che giocano in strada perché considerati non più un’anomalia, ma la normalità? Riusciremo soprattutto a togliere quei cartelli perché inutili ai fini della sicurezza perché quella sarà la condizione in cui i bambini giocano? Riusciremo a fare andare a braccetto sicurezza e civiltà in strada ad un livello tale da non avere più ciclisti morire sull’asfalto? Quando a tutti questi interrogativi potremo rispondere con “Sì”, significherà che saremo tornati nuovamente competitivi, che i Ganna non saranno più un’eccezione e che potranno nascere altri e tanti futuri Saronni.

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