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La Juventus che verrà

(Arrivabene, Nedved, Agnelli e Cherubini. Fote foto: calcionews24.it)

Nel corso dell’ultima finale di Coppa Italia, la regia della Lega di Serie A ha riproposto il gol di Barella con una grafica che richiamava il noto videogioco dello sponsor (EA Sports) e prelude un aspetto piuttosto inquietante, vale a dire la condanna dello sport alla realtà virtuale. Vivremo così un calcio con tifosi digitali e stadi immaginari.

Per nostra fortuna, il resto della finale di Coppa Italia è stato tutto vero. Il pallone rotolava sul prato dell’Olimpico e i tifosi gremivano gli spalti inneggiando ai propri colori mentre, sul campo, la Juventus rimediava la terza sconfitta consecutiva contro l’Inter. Mai successo nel dopoguerra.

Nessuna realtà parallela, la mediocrità della Juventus di Allegri è reale e tangibile. Sentenza confermata dai risultati: nonostante il ritorno in panchina del tecnico livornese, Madama chiuderà la stagione senza nessun trofeo per la prima volta negli ultimi dieci anni.

L’addio di Giorgio Chiellini, più di quello di Paulo Dybala, sancisce di fatto la fine di un ciclo d’oro. La partenza del capitano, unito al calo di rendimento di Bonucci e ai dubbi che accompagnano De Ligt, lascia un vuoto incolmabile in termini di leadership. Crisi già palese in questa stagione. Sarebbe troppo accollare il peso delle responsabilità sulle spalle del giovane Vlahovic, strappato alla Fiorentina lo scorso gennaio per 70 milioni, nemmeno su quelle del generoso Morata o di Cuadrado e Alex Sandro, parsi entrambi in fase crepuscolare.

La crisi sportiva della Juventus nasce da una crisi d’identità. La società ha rincorso un modello di calcio che non le apparteneva. Ha cambiato pelle, con l’estraneo Sarri e lo spaesato Pirlo, sognando Real Madrid e Manchester City. Mentre sul campo le maglie bianconere mal digerivano i diktat di allenatori e dirigenti, la proprietà meditava il golpe Superlega. Eccola la definitiva svolta juventina: indossare l’abito di gala ed entrare nell’élite continentale dalla porta principale. L’arrivo di Ronaldo sembrava poter fare da collante tra le ambizioni di Andrea Agnelli e il magnifico mondo dei club più ricchi d’Europa.

La crisi innescata dalla pandemia ha frenato le mire espansionistiche della Juventus. Il campo, invece, lo aveva già fatto: l’ultimo Allegri si fermò ai quarti di Champions League, Sarri e Pirlo addirittura agli ottavi. Troppo poco per salire al centro del proscenio insieme alle grandi inglesi e spagnole.

Il ritorno di Allegri lasciava presagire un passo indietro quanto meno ideologico. Sembrava che la società fosse tornata alla sua vecchia praticità, a un dna tipicamente bianconero, mettendo definitivamente da parte la rivoluzione giochista. Nulla di fatto perché il sentiero imboccato dalla Signora si era già fatto impervio.

Che stagione è stata allora per la Juventus? La partenza improvvisa di Ronaldo aveva ridimensionato gli obiettivi per quella che la scorsa estate pareva la squadra favorita allo scudetto. Senza il portoghese, Allegri non ha trovato certezze in una rosa che abbonda di esperienza ma anche di giovani incompiuti. Le assenze prolungate di Chiesa e McKennie hanno inciso sulle sorti bianconere. Del punto di vista tattico, l’ibrido 442 non si è rivelato un vestito adatto alla Signora. Ma più che il modulo, la Juventus ha faticato nella costruzione. Poche idee, poca qualità, poco carattere. Ingrediente, quest’ultimo, piuttosto caro ad Allegri.

“Ripartiamo da questa rabbia e usiamola per tornare a vincere l’anno prossimo”, ha detto Allegri dopo la finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. Per ripartire, e riprendere la strada del successo, servirà però ben altro. L’operazione per il ritorno di Paul Pogba, che i giornali danno in dirittura d’arrivo, potrebbe essere un altro sguardo rivolto al passato. Il club dovrà riflettere su quanto perso nelle ultime stagioni: i titoli, certo, ma soprattutto il proprio dna. Allegri si è ritrovato tra le mani una squadra svuotata dalla partenza di Ronaldo e da alcune operazioni di mercato guidate da scelte economiche più che tecniche. Per tornare a vincere, servirà riappropriarsi della vera identità juventina. Quella per cui vincere “è l’unica cosa che conta”.

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