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Luci a Tirana

(fonte foto: it.uefa.com)

L’attesa carica di tensione ed eccitazione della finale di Conference League a Tirana dimostra qualcosa sovente dimenticato dal marketing onnipresente nelle vicende del calcio: non esiste, per i tifosi, una competizione priva di valore e di pathos. Il successo del calcio da sempre risiede nella naturale tendenza umana di provare empatia e passione. La morfina chiamata tran tran quotidiano ha un disperato bisogno di essere sconfitta, al fine di non far cadere l’umanità nella convinzione come ci sia rimasto ben poco che possa morire, in quel momento della Storia dove addirittura si è capaci di mandare giù il concetto di “Dio” senza pensare. Con il non manifestarsi dell’empatia, per dirla con le parole di Charles Bukowski, ci si dimentica di pensare e diventiamo incapaci di sentire la grande musica suonata nei secoli. E’ il momento in cui anche la morte diventa una formalità. La Roma giunta a Tirana per giocarsi una coppa continentale è il ruggito di uno sport che nel nostro Paese ancora non vuole arrendersi, è l’urlo nella foresta contro l’insipienza e il dilettantismo dei nostri organi dirigenti del calcio convinti come l’unico risultato a contare sia il prossimo lucroso contratto da firmare con qualche piattaforma tv. “Giocarsi qualcosa” è il vero senso della vita, è il soffio aureo a darci la forza la mattina di contrapporci agli incubi notturni. L’Italia calcistica annichilita dai suoi problemi socio/economici avrebbe bisogno della vittoria della Roma, giusto per ribadire come il calcio non abbia sempre bisogno di qualche fondo sovrano per coltivare sogni di gloria e coriandoli colorati di vitalità. Lottare per non essere l’ombra di tempi scadenti non è un episodio narcisistico collettivo, ma è, almeno per una sera, il magnifico tentativo di catturare l’eternità e la sua dimensione. E’ la felice destabilizzazione di tutti i momenti in cui decidiamo come niente valga la pena. Trentamila tifosi romanisti in viaggio verso la capitale albanese, i cui due terzi rimarranno fuori dallo stadio, sono il segno di una voglia di avventura e di ricerca della felicità che nemmeno la narrazione claustrofobica dei provvedimenti di contenimento del Covid 19 ha saputo sottrarre definitivamente dall’orizzonte esistenziale delle persone. Roma in strada davanti ai maxi schermi, Roma con le sue forze dell’ordine mobilitate come se la finale si giocasse all’Olimpico, saranno un segno proveniente da un altrove potente e provvidenziale pronto a concedere un’altra possibilità di scelta al nostro Paese, ripartendo dal simbolo dei simboli del cuore di una Nazione: la sua Capitale. Ogni persona che incontriamo ha paura di qualcosa e ha perso qualcosa; amare qualcosa è l’unico modo per recuperare la perdita. Le luci di Tirana serviranno allo scopo. Crediamoci.

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