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Sadio Mané, il contraltare di un mondo ormai arido

(Sadio Mané. Fonte foto: en.as.com)

“Perché dovrei volere 10 ferrari, 20 orologi con diamanti e 2 aerei? Ho costruito scuole, uno stadio, forniamo vestiti, scarpe e cibo a persone estremamente povere. Preferisco che la mia gente riceva un po’ di ciò che la vita mi ha dato”.

Parole e filosofia di un calciatore milionario, Sadio Mané. Sembrano essere pronunciate con il fine di rovesciare il significato di ricchezza che, grazie a questo concetto, vede prevalere non quello venale legato al valore dei soldi, ma quello ben più appagante della generosità, un valore che ormai è da catalogarsi come illustre e sconosciuto. L’ex numero 10 del Liverpool e idolo della nazionale senegalese, passato da poco al Bayern Monaco, ha un contratto che supera i 10 Milioni annui di dollari di retribuzione e, l’affermazione autorevole di cui sopra non è altro che la risposta tanto spontanea quanto sbalorditiva alla domanda di un giornalista di Teledakar che si stupisce di vederlo con un Iphone rotto e gli chiede come mai non lo sostituisca, viste le infinite possibilità. Quello che salta agli occhi è questa relazione continua e solidale con il popolo senegalese che Sadio definisce “la mia gente”, a sottolineare un senso di appartenenza tuttora presente nonostante tempo e distanza lo separino dai luoghi natii, fortificato non da un senso di colpa ma dall’assoluto sentimento di portare il suo contributo e il suo aiuto in una zona dove le persone indigenti sono ancora la maggior parte della popolazione. Ha fatto costruire scuole, uno stadio, ospedali, fornisce cibo, vestiti e aiuti economici, ha reso il suo povero villaggio una cittadina, invia 70 euro al mese alle famiglie di una regione senegalese particolarmente povera, non dimentica le origini e un luogo di nascita dove le guerre e i periodi di carestia non lasciavano spazio nemmeno alla scuola. Ha imparato a giocare a calcio tra un lavoro nei campi e un altro, a piedi nudi perché anche le scarpette costavano troppo. Davanti a tutto questo il suo personale conto in banca e la possibilità di acquistare auto o gioielli passa in secondo piano e fa di Sadio il contraltare del calciatore sbruffone e sprecone. Le sue parole “Preferisco che la mia gente riceva un po’ di ciò che la vita mi ha dato.” ci fanno comprendere che la fortuna accumulata in questi anni di ricchi contratti da top player in Europa, a migliaia di Km di distanza, non basta a fargli dimenticare chi lotta ogni giorno per un piatto di cibo o un po’ di acqua, a chi deve sconfiggere malattie che in Europa sono state debellate decenni fa, in uno Stato che si è evoluto a repubblica presidenziale solo recentemente ma che è ancora povero.

Secondo stime di qualche anno fa, infatti, nel Senegal il 46,7 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà (nel 2011) che colpisce in particolare la popolazione rurale (57,1 per cento). Il concetto di aiutare chi ne ha bisogno, nella parte del mondo cosi detto civilizzato, dove tutti possediamo cellulari e tutte le tecnologie più superflue e non solo, è difficile da comprendere legati come siamo a idee egoistiche e all’ostentamento più sfrenato che, in un contesto sociale eticamente in continuo regresso, ci spingono a primeggiare tra di noi, dimenticando la solidarietà per chi è stato meno fortunato. L’esempio che ci stupisce e ci spinge a riflettere ci viene dato ancora una volta non da un ricco filantropo europeo o americano ma da un ragazzo africano che, grazie allo sport, è diventato milionario partendo dalla povertà più assoluta, mantenendo però quel senso di umiltà e di appartenenza che gli consentono di essere di aiuto alla sua vecchia comunità che versa tuttora in una situazione di indigenza estrema.

Daniele Scattarreggia

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