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Solidarietà o profitto?

(Fonte foto: Vanity Fair)

Quella che abbiamo negli occhi, appena trasmessi dalla tv, sono gli highlights dell’ultime giornata di serie A, in cui l’immagine smagrita, pelle e ossa, è quella di un uomo che, dal 2019, lotta contro una malattia devastante come la leucemia, che, seppur a fasi alterne, lo ha condizionato e preoccupato nell’arco di ben tre campionati.

Stiamo parlando di Sinisa Mihajlovic, ex allenatore del Bologna, tecnico e uomo di calcio con importanti trascorsi da giocatore nella Roma e nell’Inter, nella Lazio e nella Sampdoria, esonerato dal suo club -ufficialmente-per gli scarsi risultati sportivi conseguiti nell’ultimo anno.

In effetti i “numeri” danno ragione alla società felsinea, negli ultimi 25 incontri disputati, solo 5 sono state le vittorie, cosi’ come possiamo definire scarso anche l’avvio di questo campionato: su 5 partite giocate solo 3 pareggi pur avendo in squadra Arnautovic il bomber che attualmente è primo nella classifica dei marcatori del torneo.

Bologna, città storicamente “dotta” e sensibile ai temi sociali, rappresentata da cittadini di grande cultura e di animo nobile, è sempre stata vicino a Miha, lo ha sempre sostenuto e aiutato nella sua malattia,  nominandolo cittadino onorario e organizzando migrazioni di massa in pellegrinaggio alla Madonna di S.Luca sul Colle della Guardia, a pregare per la sua guarigione, senza mai fargli mancare l’appoggio morale, ribadendo con i fatti la propria vicinanza e sostenendolo per la delicata situazione di salute che  stava vivendo.

Non ha tardato ad esprimersi la solidarietà del mondo calcistico: De Zerbi, tecnico di ritorno in patria dopo lo stop del campionato russo, è stato contattato per primo per l’avvicendamento in panchina ma avrebbe accettato l’incarico solo in caso di dimissioni, non a seguito di esonero. Il mondo sportivo in generale è rimasto sorpreso e infastidito da questa decisione della società del Presidente italoamericano Saputo, trovare chi raccoglierà l’eredità di Miha non sarà cosi rapido, viste le premesse e la stima che i colleghi provano per lui.

Del resto nella lettera di commiato alla città Mihajlovic dimostra come si senta un tutt’uno con i tifosi e con tutta la cittadinanza, riconoscendo di avere percorso le fasi della sua malattia non da solo, ma accompagnato da una moltitudine di persone che ogni giorno lo incitavano e lo riempivano di affetto.

Personaggio sempre discusso, un altro di quegli allenatori dal carattere burbero e difficile, non certo compassato, sono celebri alcuni suoi sfoghi davanti alle telecamere, sempre esaltando le sue ragioni, ma anche ottenendo quell’apprezzamento della tifoseria che ne ha fatto un’icona che rimarrà sempre nel cuore dei tifosi delle squadre in cui ha giocato o allenato.

Ha conseguito risultati sportivi non sempre eccelsi: con il Bologna un paio di salvezze tranquille con un decimo posto nel 2019, e un ultimo campionato piu’ difficoltoso, ma un bagaglio di conoscenze e di grinta trasmesso ai giocatori che sotto la sua gestione sono cresciuti professionalmente e umanamente, un calciomercato sempre ricco di plusvalenze che ha fatto la felicità dei dirigenti e della proprietà.

Ma le società calcistiche sono aziende, in quest’ottica purtroppo i valori umani – pur rispettati e considerati (“La decisione piu’ difficile in 8 anni”, parole del Presidente Saputo) – sono destinati a soccombere davanti alle logiche imprenditoriali che anche nello sport sono diventate la base della gestione economica dei club.

Secondo il suo presidente e la direzione tecnica (che ha spinto per l’esonero) il Bologna deve tornare a conseguire risultati sul campo, non solo simpatie o solidarietà; a tal proposito, come in questo caso, alcune scelte impopolari (per alcuni tifosi il licenziamento di Miha è un gesto ”vergognoso”) sono da mettere in conto anche se definiscono un’immagine feroce e rigorosa di una società sportiva che dovrebbe sempre abbracciare una politica di inclusione e di partecipazione.

Certamente Mihajlovic è stanco e provato per la grave malattia, lo dimostra il suo aspetto magro e sofferente, ma come condottiero non ha mai fatto mancare niente alla squadra, avendola seguita sempre anche da un letto di ospedale in condizioni di salute pessime invece di pensare a curarsi, visto quello che rischiava… ma si sa, “The show must go on”. Nel calcio professionistico di oggi la parola riconoscenza è stata cancellata dal vocabolario, non c’è più tempo per il romanticismo né tanto meno per i principi decoubertiniani, sono solo i risultati e i soldi che dominano la scena e che dettano le regole.

Daniele Scattarreggia

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