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Marocco – Portogallo: è stata vera gloria?

(Fonte foto: ilmessaggero.it)

 “I sospetti volano nel crepuscolo” di Francis Bacon e il “non è bello avanzare sospetti quando non si hanno prove” di Arthur Conan Doyle sono una dura reprimenda verso gli epigoni di Giulio Andreotti che invitava tutti a praticare un po’ di malignità “perché se anche si fa peccato sovente ci si azzecca”. Ed è a questo equilibrio tra il peccato e il pacato aspettare evolversi degli eventi al fine di salvaguardare i sogni, il dilemma davanti al quale il più delle volte la rassegna iridata del Qatar ci ha posto di fronte. La “favola del Marocco”, i primi africani ad arrivare ad una semifinale mondiale, in apparenza ha tutto per essere abbracciata e divulgata da una società contemporanea imbrigliata tra spot pubblicitari e le “nuove tavole della legge” del marketing geopolitico, come si sta potendo vedere nel cosiddetto scandalo del “QatarGate”. Si dice come il Marocco, nel continente più affascinante e controverso che ci sia, sia lo spirito del leone a proteggere, con il suo orgoglio, chiunque arrivi dal mare ad insidiare l’Africa. Questo perché nella cultura “animista” africana il “leone berbero” (detto “leone dell’Atlante”) era considerato, nei suoi 3 metri di lunghezza dipanati in 220 kg di peso, un essere con qualità divine e soprannaturali. Nonostante la pressoché totale scomparsa (magari ancora qualcuno ne è rimasto. Sperare non costa nulla) a causa dei cacciatori di frodo, il “leone berbero” è rimasto nell’immaginario popolare uno di quei segni di continuità delle tradizioni ancestrali e rituali, legame profondo con gli antenati, che poi è l’unica cosa rimasta a tenere in piedi l’unità del continente africano messa in crisi in modo sconsiderato dalla supposta “modernità” voluta dall’occidente. Il Marocco “Davide” che vince contro gli squadroni europei “Golia” è stato molto facile ritenerlo armato solo da una fionda da noi europei, impregnati da una “mitologia colonialista” difficile da essere rimossa anche contro l’evidenza, a mio parere, di quanto sta accadendo. Sono molte le questioni cruciali sfuggenti della kermesse iridata qatarina, e uno di questi snodi sono gli stretti legami geopolitici intercorrenti tra Qatar e Marocco, come il caso “QatarGate” sta facendo emergere con sorprendente chiarezza. La procura di Bruxelles sta prefigurando un’associazione a delinquere, corruzione e riciclaggio per favorire Qatar e Marocco, reati gravissimi in cui parrebbe siano coinvolti più di sessanta personalità del Parlamento Europeo. Inquadrata in questo contesto, e anche dal confronto con alcune personalità del mondo del calcio internazionale (i cui nomi per ovvie ragioni non posso rivelare), molte sono le cose strane avvenute nel confronto Portogallo – Marocco, valido per i quarti di finale del mondiale. A fronte di un Cristiano Ronaldo tenuto ancora una volta sorprendentemente in panchina, i suoi sostituti (tutti giocatori di grande caratura internazionale e con pedigree da grandi club) hanno messo in scena uno spettacolo davvero atipico per l’usuale “core business” tecnico del calcio lusitano, magari a volte evanescente ma sempre attento alla qualità dei fondamentali tecnici dei propri giocatori. La quantità innumerevole di “ultimi passaggi” grossolanamente sbagliati dalle talentuose “mezze punte” a disposizione del Ct Fernando Santos, l’ingresso tardivo di Cristiano Ronaldo (vistosamente proteso a sbracciarsi, invano, verso i compagni per andare a fare pressing), Gonçalo Ramos (pronti per lui 100 milioni di sterline dal Manchester United) addormentato e addomesticato dalla difesa marocchina dopo quattro partite mondiali di seguito da urlo, sono nubi troppo evidenti per non andare ad irritare i severi giudizi di Doyle e Bacon sulla cultura del sospetto. A questo punto, seguendo la maliziosa suggestione “andreottiana”, il rischio di ritrovarsi perplessi di fronte ad una partita dove almeno 5 giocatori paiono avere qualche motivazione per giocarla male è molto forte. Numerosi file vanno ad aprirsi nel moltiplicarsi dei ragionamenti, infinite conversazioni avute negli ultimi 15 anni sui modi di fare qatarini ritornano in mente, e allora, il Dio di tutti gli uomini ci perdoni, ipotizzare che ingenti somme del forziere del Qatar siano stati messi a disposizione dei sopracitati uomini improvvisamente svogliati e insolitamente incapaci di fare passaggi di dieci metri diventa insopprimibile, e ritorna su, dal vortice della tua reminiscenza letteraria, l’eco delle parole di Agatha Christie: “è bene sospettare di tutti, finché non si riesce a dimostrare che sono innocenti”. Si comincia ad indagare nelle anomalie della logica perché, purtroppo, è la genesi di questo mondiale a costringerci a farlo ogni qual volta un’ombra si addensa. Ormai l’opinione pubblica mondiale è a conoscenza, grazie anche ad uno stupendo documentario prodotto da “Netflix”, delle nefandezze di cui è capace una organizzazione come la “FIFA”, divenuta nel tempo una straordinaria macchina di potere e mangiasoldi, e di cosa abbia messo in campo di lecito e illecito, pur di accaparrarsi l’organizzazione del mondiale, il piccolo emirato del Golfo. Ritenere tutto ciò semplicemente una strategia di “sportwhasing” della famiglia Al-Thani, al fine di vendere più gas e di fare bella figura all’estero (operazione evidentemente non riuscita), vuol dire non aver ben analizzato cosa sia il Qatar e quale sia la vera natura dell’operazione di propaganda messa in atto in questa rassegna iridata. Abituati come siamo a considerarci il centro del mondo, noi europei non abbiamo compreso quanto la favola del “Marocco/Davide” si stia utilizzando per propagandare la nuova (si fa per dire) visione del mondo, fortemente influenzata dall’Islam, panaraba e africana. Accecare Golia/Occidente attraverso un gol venuto fuori da una papera incredibile di Diogo Costa, uscito improvvidamente dalla sua porta a cercare farfalle, è solo una delle tante suggestioni che al momento il colosso delle telecomunicazioni “Al Jazeera” sta facendo circolare tra la sua numerosa e multietnica audience. Pensare ad un globo e ad una Storia immutabile nelle sue gerarchie, è l’ultimo, e temo fatale, inganno in cui il Vecchio Continente, privo di una cultura geopolitica autonoma, essendo questa ormai a rimorchio delle esigenze degli Stati Uniti, sta cadendo vittima della sua presunzione e di un fallace concetto di superiorità ormai disperso nel vaniloquio della finanza e dei diritti civili. Desiderosi, più per pratica dei “Baci Perugina” che per le pagine dei fratelli Grimm, di immergerci nelle favole da “Instagram” forse stiamo perdendo di vista il concetto di verità, e può capitare di essere distratti su un particolare in potenza importante: 14 giocatori convocati dal Marocco in questi mondiali sono nati e cresciuti in Europa. Per cui mentre ci accapigliamo (per chi scrive, giustamente) sullo “Ius Soli”, 14 giocatori, quasi a mo di pernacchia, hanno scelto con decisione di seguire lo “Ius Sangunis”. Particolare senza importanza? Lo si vedrà nel tempo di una Storia come sempre maestra. Nella genesi di questo mondiale, ci perdonino Doyle e Bacon, c’è il sospetto di oggi. Nella comicità involontaria della conferenza stampa inaugurale e di chiusura di Gianni Infantino, certo di essere rieletto allo scranno più alto della FIFA, c’è la stura di ogni indignazione possibile. “Un piccolo sospetto è meschino, una grande sospetto è filosofico”, ha scritto qualcuno. Questa frase invita a tornare a pensare, magari anche per smentirsi. Non sarebbe male affatto farlo.

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