C’è un popolo che non compare nei bilanci, non entra nei contratti televisivi e non fa curriculum su Instagram. È il popolo dei chilometri. Gente che consuma autostrade come ostie laiche, che misura la fede in caselli e panini freddi, che sa di notte, di pioggia e di ritorni lunghi come penitenze. Una volta si diceva “seguire la squadra”. Oggi, più modestamente e più sinceramente, si dovrebbe dire “inseguire un sentimento che resiste”.
Perché fare chilometri al seguito della propria squadra è diventata un’impresa, quasi una disciplina olimpica senza medaglie. Si spende, si rinuncia, si toglie qualcosa al quotidiano per aggiungerlo a novanta minuti che spesso non restituiscono nulla, se non un tabellino avaro e qualche livido all’anima. E allora la domanda, scomoda come una verità detta a tavola, ne vale ancora la pena?
La risposta non abita più soltanto nel campo. Non sta nelle geometrie sgangherate o nelle promesse mancate di ragazzi che cambiano maglia come si cambia hotel, con check-in e check-out senza memoria. Le squadre, oggi, somigliano a quegli alberghi ad ore, luci accese, tende tirate, passaggi rapidi. La maglia è tessuto tecnico, non più pelle. E chi la indossa, troppo spesso, la tratta come un costume di scena: entra, recita, esce. Applausi registrati, cuore in differita.
Il distacco è diventato sistema. I giocatori vivono in una bolla di comfort e mediocrità elegante, dove il lusso fa da tappezzeria e la responsabilità è un optional. Uomini? Parola grossa, quasi desueta. Servirebbero schiene dritte e occhi che reggono lo sguardo della curva. Servirebbero, per dirla alla maniera antica, pelle e palle. Invece abbondano i piedi educati e le coscienze distratte.
Eppure, nonostante tutto, le macchine partono. All’alba o nel cuore della notte, con le sciarpe che odorano di storia e i sedili che conoscono più confessioni di un prete di provincia. Si parte perché il calcio, quello vero, si è spostato sugli spalti, nelle aree di servizio, nei parcheggi lontani dallo stadio. Si parte per ritrovare gli amici, per rinnovare un rito che non chiede vittorie ma presenza. È il terzo tempo dei tifosi, quello che non finisce mai, dove un panino diventa banchetto e una stretta di mano vale più di un assist.
Forse, allora, la verità è più semplice e più dura, non si seguono più le squadre, si seguono le persone. Si va dove va la propria tribù, perché è lì che il gioco conserva ancora un senso. Il campo è diventato vetrina, la curva resta bottega, si lavora di voce, di memoria, di appartenenza.
E in questa Italia di trasferte vissute come piccoli viaggi iniziatici, c’è anche un’altra economia invisibile: quella degli affetti. Si divide la benzina, si spartiscono panini, si presta una sciarpa a chi l’ha dimenticata. Si litiga e si ride, si discute di moduli e di vita, si torna a casa con meno certezze e più storie. È un calcio minore solo per chi guarda da lontano. Per chi lo vive, è ancora un romanzo popolare.
Ne vale la pena? Se la risposta la cerchi nei piedi di chi gioca, rischi di tornare a casa prima del fischio finale. Se la cerchi negli occhi di chi parte, è già un sì. Perché il calcio tradisce, gli uomini spesso pure. Ma certe amicizie, certe strade e certe domeniche storte hanno ancora il profumo ostinato della verità. E quello, per fortuna, non si compra a ore.
Il tifoso è spesso messo fuori dalle lobby del calcio forse perchè non avrebbe mai permesso di rovinare un gioco cosi bello che è diventato noioso e per un elite di persone che nulla hanno di popolare.