Articolo pervenuto in redazione
C’è un momento in cui il rumore del pallone sparisce. Non senti più il coro della curva, il fischio dell’arbitro o il respiro del derby. Restano solo sirene, rabbia e paura. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: se per andare allo stadio serve l’elmetto, allora non stiamo più parlando di calcio.
La decisione di parte della tifoseria della Juventus di chiedere alla squadra di non giocare il derby, dopo il grave ferimento di un tifoso negli scontri con la polizia, ha aperto una discussione profonda nel mondo del calcio italiano. Ma soprattutto ha acceso un segnale che molti non hanno voluto comprendere fino in fondo.
La scelta di lasciare vuoto il settore ospiti, gesto condiviso anche da una parte del tifo granata, non è stata soltanto protesta. È stata una forma di solidarietà e rispetto verso una persona che sta lottando tra la vita e la morte. Un gesto forte, magari discutibile per alcuni, ma che nasce dentro quei codici non scritti che da decenni appartengono al mondo delle curve italiane.
Ed è qui che il calcio si divide in due mondi completamente diversi.
Da una parte ci sono uomini e tifosi che, pur essendo spesso protagonisti diretti delle tensioni, comprendono che davanti alla vita umana tutto il resto debba fermarsi. Non tutti condividono quei codici, non tutti li comprendono, ma ignorarne il significato significa non capire la cultura delle curve, fatta anche di rispetto e solidarietà nei momenti più drammatici.
Dall’altra parte c’è invece il tribunale permanente della tastiera. Quello di chi giudica tutto in pochi secondi, spesso senza conoscere realmente i fatti, senza sapere cosa sia successo davvero, senza comprendere le dinamiche che esistono dentro e fuori uno stadio. È il mondo del rancore facile, dell’odio immediato, della sentenza scritta sui social per sentirsi moralmente superiori.
Eppure il calcio italiano dovrebbe ricordare meglio di chiunque altro dove porta l’odio quando supera il limite. Una finale di Coppa dei Campioni venne giocata nonostante una tragedia che aveva già lasciato vittime e dolore sugli spalti. Da quel giorno il calcio europeo si porta addosso una ferita che nessuna coppa potrà cancellare.
Per questo oggi servirebbe equilibrio. Servirebbe ragione. Servirebbe umanità.
Perché ogni volta che un tifoso entra allo stadio e rischia di non tornare a casa, hanno perso tutti: le curve, le istituzioni, il calcio stesso. E quando si arriva al punto in cui un derby diventa terreno di scontro più che festa popolare, allora il problema non riguarda più una sola tifoseria, ma l’intero sistema.
Il tifoso non può diventare un nemico. Lo Stato non può essere percepito come un avversario. Lo stadio non può trasformarsi in una trincea.
Il calcio italiano ha bisogno di ritrovare la propria anima popolare e la propria ragione. Perché una sciarpa dovrebbe dividere soltanto i colori, mai il diritto di tornare a casa vivi.