Il calcio è uno spettacolo.

Allora trattate i tifosi da spettatori, non da sospetti.

Il calcio vive di emozioni, ma si regge sui tifosi. Sono loro che acquistano gli abbonamenti, percorrono centinaia di chilometri per una trasferta, riempiono gli stadi anche nelle giornate più difficili e trasformano novanta minuti di gioco in un patrimonio culturale e sociale che nessun bilancio potrà mai quantificare.

Il calcio moderno sembra aver dimenticato una verità elementare: chi alimenta uno spettacolo con la propria passione non può essere considerato un problema da amministrare, ma un patrimonio da custodire.

Il tema del caro biglietti rappresenta ormai una delle contraddizioni più evidenti del calcio contemporaneo. Pagare un prezzo importante per assistere a un evento sportivo non è, di per sé, un problema. Diventa tale quando il costo richiesto non trova riscontro nella qualità del servizio offerto.

In molti stadi italiani, soprattutto nei settori popolari, il tifoso si confronta con strutture che il tempo ha logorato, servizi igienici spesso inadeguati, punti ristoro che offrono poco e a prezzi sproporzionati. Una birra dal valore commerciale di pochi centesimi arriva facilmente a costare cinque euro. Non è il prezzo a indignare, ma la sensazione che il tifoso venga considerato esclusivamente come un consumatore da cui estrarre valore.

Eppure basta attraversare il confine per comprendere che un’altra strada è possibile. In diversi impianti europei l’accoglienza è parte integrante dello spettacolo: servizi efficienti, aree ristoro curate, birra alla spina, spazi concepiti per vivere la partita prima e dopo il fischio d’inizio. Perché il rispetto passa anche attraverso i dettagli.

Ci sono poi realtà in cui il settore ospiti, con reti e barriere, restituisce un’immagine che ricorda più un luogo di contenimento che uno spazio dedicato allo sport. La sicurezza è un valore irrinunciabile e nessuno può mettere in discussione la necessità di prevenire episodi di violenza. Chi delinque deve essere perseguito con fermezza.

Ma proprio per questo occorre evitare un equivoco tanto semplice quanto pericoloso: confondere il criminale con il tifoso.

Ogni fine settimana migliaia di persone affrontano controlli rigorosi, perquisizioni e sistemi di videosorveglianza sempre più sofisticati. Sono misure comprensibili se orientate a colpire chi sbaglia. Diventano invece discutibili quando trasmettono l’idea che la passione stessa debba essere oggetto di sospetto.

Nel frattempo, molti cittadini percepiscono un forte contrasto con ciò che osservano nella vita quotidiana. Fuori dagli stadi assistono a episodi di degrado e criminalità che sembrano ricevere un’attenzione diversa rispetto all’imponente apparato di controllo predisposto per una partita di calcio. È una percezione diffusa che merita una riflessione seria, senza alimentare contrapposizioni o semplificazioni.

Anche il tema delle trasferte continua a rappresentare una ferita aperta. Limitare gli spostamenti dei tifosi può essere necessario in circostanze eccezionali, ma trasformare l’eccezione nella regola significa privare il calcio di una delle sue espressioni più autentiche: il viaggio, l’appartenenza, il confronto sportivo tra comunità diverse.

Tifare non è un reato.

È una forma di appartenenza. È cultura popolare. È memoria collettiva. È il racconto di intere generazioni che si riconoscono in una maglia, in una città, in una storia.

Il calcio italiano dovrebbe ripartire da un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: il rispetto genera rispetto.

Se al tifoso si chiedono sacrifici economici, si offrano servizi all’altezza.

Se gli si chiedono responsabilità, gli si riconosca dignità.

Se lo si definisce il dodicesimo uomo, lo si tratti come una componente essenziale dello spettacolo e non come un elemento da tollerare.

Perché gli stadi non appartengono alle televisioni, ai fondi d’investimento o ai bilanci delle società.

Appartengono, prima di tutto, alle emozioni di chi continua a riempirli.

E un calcio che dimentica i propri tifosi rischia, lentamente, di dimenticare anche sé stesso.

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