FIFA, non profit o potenza globale?

Dentro i numeri e la crisi che sta cambiando il calcio mondiale

C’è una parola che torna continuamente quando si parla di FIFA: non profit. È una definizione giuridica corretta, ma più guardo quello che sta accadendo intorno al calcio mondiale e più mi convinco che fermarsi a quella definizione non sia sufficiente per capire che cosa sia diventata realmente la FIFA.

Perché una domanda, alla fine, viene naturale: come può un’organizzazione senza scopo di lucro arrivare a gestire una macchina economica capace di generare oltre 15 miliardi di dollari in un solo ciclo finanziario?

Prima di dare una risposta, però, bisogna capire che cosa sia davvero la FIFA. E qui spesso si fa confusione.

La FIFA non è la UEFA. La UEFA non è una federazione nazionale e non è una semplice “filiale” della FIFA. Il sistema del calcio mondiale è molto più articolato. La FIFA è l’organismo internazionale che riunisce 211 federazioni nazionali e, al suo interno, riconosce sei confederazioni continentali: UEFA in Europa, AFC in Asia, CAF in Africa, CONMEBOL in Sudamerica, Concacaf nel Nord e Centro America e nei Caraibi e OFC in Oceania.

La FIGC, per esempio, è una federazione nazionale affiliata alla FIFA e contemporaneamente membro della UEFA. La UEFA governa il calcio europeo e organizza le proprie competizioni, mentre la FIFA ha una dimensione mondiale e organizza le proprie competizioni internazionali. Non esiste quindi una catena gerarchica semplicistica nella quale la FIFA comanda ogni cosa e la UEFA esegue. È una struttura federale nella quale convivono diversi livelli di potere, interessi e rappresentanza.

E questo diventa fondamentale per capire quello che è successo nelle ultime settimane.

Perché la crisi di Gianni Infantino non è soltanto una questione personale. È diventata una discussione sul modo in cui viene governato il calcio mondiale.

Tutto è esploso quando è emerso il progetto FIFA Forward Enterprise, l’operazione attraverso la quale la FIFA avrebbe voluto concentrare in una nuova struttura le proprie attività commerciali, dai diritti televisivi alle sponsorizzazioni, dal licensing alla gestione commerciale degli eventi. Il progetto prevedeva un aumento di capitale fino a 4,2 miliardi di dollari, sulla base di una valutazione di circa 20 miliardi, e la possibilità di aprire fino al 20 per cento della struttura a investitori privati. La FIFA sosteneva che gli eventuali benefici sarebbero stati completamente reinvestiti nel calcio.

Infantino ha difeso l’operazione spiegando che non si trattava di vendere la FIFA, né di perdere il controllo delle competizioni, ma di valorizzare un patrimonio commerciale che, secondo la sua visione, oggi non viene sfruttato completamente. Il presidente FIFA aveva anche sostenuto che il progetto avrebbe permesso di aumentare enormemente le risorse destinate alle 211 federazioni.

Ma è proprio qui che il problema ha smesso di essere soltanto economico.

UEFA, AFC e Concacaf, tre delle sei confederazioni continentali, hanno reagito duramente. Insieme rappresentano 136 delle 211 federazioni che compongono la FIFA e hanno contestato soprattutto il metodo, la trasparenza e il processo decisionale che aveva portato alla proposta. La questione è arrivata persino sul terreno legale e le tre confederazioni hanno chiesto una revisione indipendente.

Alla fine, Infantino ha fatto marcia indietro e il progetto non andrà avanti nella forma proposta.

Ma il problema non è scomparso. Anzi, forse è proprio adesso che comincia la parte più interessante.

Perché se fosse stato sufficiente ritirare un progetto commerciale per chiudere la vicenda, probabilmente non assisteremmo oggi a una frattura così evidente all’interno del calcio mondiale.

Il 14 agosto la Nuova Zelanda ha ritirato il proprio sostegno alla rielezione di Infantino, parlando di una perdita di fiducia e chiedendo una revisione indipendente. Contemporaneamente, però, sei federazioni arabe, tra cui Qatar e Marocco, hanno confermato il loro pieno sostegno al presidente FIFA. Anche l’Oceania Football Confederation ha accolto positivamente il ritiro del progetto e ha mantenuto una posizione favorevole alla leadership di Infantino.

Questa apparente contraddizione dice moltissimo. Non esiste una FIFA compatta. Esiste una FIFA nella quale si confrontano interessi continentali, politici ed economici differenti.

E forse è proprio questo il punto che spesso dimentichiamo quando parliamo della federazione internazionale come se fosse una società autonoma, che prende decisioni senza dover rispondere a nessuno.

Il massimo organo della FIFA è il Congresso, nel quale sono rappresentate le 211 federazioni nazionali. Ogni federazione dispone di un voto. Questo significa che l’UEFA ha un peso politico enorme perché rappresenta 55 federazioni, ma non vota come un unico soggetto al Congresso FIFA. Sono le singole federazioni nazionali a esprimersi.

Questo spiega perché, anche davanti a una forte opposizione europea, il presidente FIFA possa continuare a contare su importanti aree di consenso in altri continenti.

Ed è qui che la parola “non profit” torna a essere interessante. Perché non profit non significa che un’organizzazione non possa produrre ricavi o avere enormi disponibilità economiche. Significa, in sostanza, che non è strutturata per distribuire gli utili a proprietari o azionisti come farebbe una società commerciale. La FIFA può quindi generare miliardi e rimanere formalmente un’organizzazione senza scopo di lucro.

I numeri, però, raccontano una trasformazione impressionante. Nel ciclo finanziario 2015-2018, quello che comprende il Mondiale di Russia, la FIFA ha registrato 6,421 miliardi di dollari di ricavi. Nel ciclo 2019-2022, comprendente il Mondiale del Qatar, il dato è salito a 7,568 miliardi. Per il ciclo 2023-2026 la previsione iniziale era di 11 miliardi. Dopo il successo del Mondiale disputato negli Stati Uniti, in Canada e in Messico, Infantino ha indicato una cifra superiore ai 15 miliardi di dollari.

E qui bisogna fare una precisazione fondamentale. Dire che “il Mondiale 2026 ha prodotto 15 miliardi” sarebbe sbagliato. Quei 15 miliardi rappresentano il ricavo complessivo previsto dalla FIFA per il ciclo 2023-2026, nel quale rientrano il Mondiale 2026 e le altre attività e competizioni del quadriennio. È una differenza importante, soprattutto se non si vuole semplicemente alimentare una polemica.

Ma la sostanza non cambia. La crescita della macchina economica FIFA è enorme. Russia, Qatar, Nord America. In pochi anni siamo passati da 6,4 a 7,6 e poi a oltre 15 miliardi di dollari di ricavi per ciclo.

E allora la domanda iniziale torna ancora più forte. È ancora sufficiente definire la FIFA semplicemente “non profit”? La risposta probabilmente deve essere più articolata.

Sì, da un punto di vista giuridico. Ma, contemporaneamente, dobbiamo riconoscere che siamo davanti a una delle più grandi organizzazioni sportive e commerciali del mondo.

La FIFA non costruisce direttamente gli stadi. Non realizza da sola le infrastrutture dei Paesi ospitanti. Non gestisce direttamente tutta la sicurezza, i trasporti e la macchina organizzativa locale.

Il suo vero patrimonio è un altro. È il calcio. È il diritto di commercializzare il più grande evento sportivo del pianeta. Sono i diritti televisivi, gli sponsor, il marketing, il licensing, la biglietteria, l’hospitality e tutto ciò che nasce intorno alle competizioni internazionali.

Ed è proprio questo patrimonio che ha attirato l’interesse dei capitali privati. Quindi forse la domanda non dovrebbe essere se la FIFA sia diventata una società privata.

Non lo è.

La domanda più interessante è un’altra: quanto può diventare commerciale un’organizzazione che continua a definirsi non profit senza cambiare la propria natura?

E soprattutto: chi controlla questo enorme patrimonio economico?

Perché la risposta ci porta direttamente alla struttura del calcio mondiale.

La FIFA non è isolata. È legata alle sei confederazioni. Le confederazioni sono legate alle federazioni nazionali. Le federazioni rappresentano i territori. E intorno a questo sistema ci sono poi club, leghe, calciatori, allenatori, arbitri e, soprattutto, milioni di tifosi.

È un sistema nel quale il denaro circola sempre più velocemente, mentre la domanda sulla rappresentanza e sulla trasparenza diventa sempre più importante. Il caso FIFA Forward Enterprise ha dimostrato proprio questo.

Infantino ha proposto di valorizzare ulteriormente la parte commerciale della FIFA. Una parte importante del sistema ha risposto che prima di parlare di miliardi bisogna parlare di governance. E il progetto è stato ritirato.

Ma oggi non possiamo più fare finta che nulla sia successo. La vicenda ha aperto una crepa. Da una parte ci sono federazioni e confederazioni che continuano a sostenere Infantino e vedono nella sua gestione una crescita senza precedenti delle risorse destinate allo sviluppo del calcio.

Dall’altra ci sono UEFA, AFC e Concacaf che hanno chiesto maggiore trasparenza e una revisione indipendente, mentre alcune federazioni nazionali hanno iniziato a ritirare il proprio sostegno.

E in mezzo c’è il calcio. Quel calcio che continua a essere raccontato come patrimonio universale, ma che ormai muove cifre che lo avvicinano sempre più alle grandi industrie globali.

Forse, allora, la domanda giusta non è più soltanto quanto guadagni la FIFA.

Dovremmo chiederci chi decide come vengono utilizzati quei soldi, chi controlla chi decide, quale ruolo hanno realmente le confederazioni, quanto contano le federazioni nazionali e quale spazio resta ai club, ai giocatori e ai tifosi.

Perché la FIFA non è una società privata. Non è nemmeno un organo completamente separato dal resto del calcio. È il vertice di un sistema federale mondiale, nel quale convivono interessi diversi e nel quale il potere passa attraverso 211 federazioni, sei confederazioni e una quantità enorme di rapporti economici e politici. Ed è forse proprio questo il punto che rende questa storia molto più grande della semplice polemica su Infantino.

Perché quando un’organizzazione capace di generare oltre 15 miliardi di dollari in un ciclo prova a modificare il modo in cui valorizza il proprio patrimonio commerciale, la questione non è più soltanto finanziaria. Diventa una questione di potere.

E quando si parla di potere nel calcio, alla fine, la domanda torna sempre alla stessa persona: il tifoso.

Perché quei miliardi nascono da un prodotto che nessun dirigente ha inventato. Nascono dalla passione di milioni di persone che seguono una partita, comprano una maglia, guardano una finale, sottoscrivono un abbonamento, riempiono uno stadio e continuano a credere che, prima dei bilanci, degli sponsor e degli investitori, il calcio sia ancora una storia da vivere.

E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire qualsiasi discussione sul futuro della FIFA.

Una risposta

  1. Un pregevole articolo esplicativo.
    Non possiamo illuderci che il governo del calcio diventi democratico. In realtà anche la democrazia politica, intesa come autogoverno e’ una illusione, un campo sempre più dominato da oligarchie economiche.
    Qua la terminologia stessa lascia intendere quello che ci aspetta: si dice governance, non governo del calcio. Interessi oligarchici che domineranno la scena. Forse non ci dovremmo neanche scandalizzare più di tanto: così va il mondo, anzi questa parte di mondo, perché in altre parti decide solo il Putin del momento, peggio ancora…
    Però la sfacciataggine da Marchese del Grillo ” … io so io e voi non sete un c…., se la dovrebbero risparmiare… perché stanno tirando troppo la corda 🙁

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