Lazio, tifosi e contestazione

Foto Laziostory.it

Solo 4.000 abbonati, la protesta funziona?

Ci sono momenti nel calcio in cui uno stadio vuoto riesce a parlare più forte di qualsiasi coro. È quello che è accaduto alla Lazio nella scorsa stagione, quando una parte importante della tifoseria biancoceleste scelse la protesta attraverso l’assenza.

Gli abbonamenti erano stati pagati, i biglietti acquistati, ma molti tifosi decisero comunque di non entrare. Una scelta tutt’altro che semplice per chi vive la Lazio ogni giorno, perché rinunciare alla partita significa rinunciare a qualcosa che appartiene alla propria storia personale.

Quello stadio vuoto non era quindi soltanto un insieme di seggiolini senza persone. Era un messaggio.

Oggi, però, la fotografia della tifoseria laziale presenta un’altra immagine: circa 4.000 persone hanno scelto di esserci.

Quattromila tifosi che hanno deciso di entrare allo stadio nonostante la contestazione, nonostante le divisioni e nonostante un clima che certamente non è quello delle grandi occasioni.

E qui nasce una domanda inevitabile: chi sono questi 4.000?

Sono i sostenitori del presidente? Sono tifosi che non condividono la protesta? Sono semplicemente persone che hanno scelto di non rinunciare alla Lazio?

Probabilmente non esiste una risposta unica.

Il calcio ha una caratteristica che spesso dimentichiamo: il tifoso non è sempre facilmente classificabile. Non esiste soltanto chi sta con la società e chi sta contro la società. Esiste anche chi può contestare duramente una gestione, ma allo stesso tempo non riesce a stare lontano dalla propria squadra.

Perché una cosa è il rapporto con il presidente, un’altra è il rapporto con la Lazio.

Ed è forse proprio questa la chiave per leggere quei 4.000 presenti.

Non necessariamente persone vicine alla società, ma persone che hanno scelto di non stare lontane dalla squadra.

È una differenza enorme.

La scorsa stagione molti hanno utilizzato l’assenza come strumento di protesta. Oggi altri utilizzano la presenza come forma di appartenenza. Due comportamenti apparentemente opposti che, in realtà, possono nascere dallo stesso sentimento: l’amore per la Lazio.

C’è chi dice “non entro perché voglio farmi ascoltare”.

E c’è chi sembra rispondere “io entro perché non riesco a lasciare sola la mia squadra”.

Nessuno dei due, necessariamente, ama più dell’altro.

Semplicemente, protestano in maniera diversa.

Ma poi c’è l’immagine dello stadio. Ed è quella che forse più di tutte merita una riflessione.

Uno stadio che può ospitare oltre 60.000 persone e che ne vede circa 4.000 produce una fotografia difficile da ignorare. Se quei 4.000 tifosi fossero concentrati tutti nello stesso settore, quasi si potrebbe parlare del settore ospiti della Lazio.

Una provocazione, certo.

Ma anche un’immagine che rende immediatamente l’idea della distanza che oggi sembra esserci tra la squadra e una parte della sua gente.

Eppure quei 4.000 non sono ospiti.

Sono a casa loro.

Sono persone che hanno deciso di prendere la propria sciarpa, raggiungere lo stadio, occupare il proprio posto e guardare la Lazio giocare.

Magari qualcuno sarà contento della società.

Magari qualcun altro sarà critico.

Magari qualcuno avrà contestato fino a pochi giorni prima.

E magari ci sarà anche chi non vuole sentir parlare di politica societaria, bilanci, mercato o dirigenza e vuole semplicemente vedere la propria squadra.

È questo il bello, ma anche il problema, del mondo del tifo.

Il tifoso non è un numero.

Non è un abbonamento.

Non è una percentuale di riempimento dello stadio.

Dietro quei 4.000 ci sono storie, opinioni, delusioni, ricordi e soprattutto un legame con una maglia.

Allo stesso modo, dietro ogni seggiolino vuoto della scorsa stagione c’era qualcuno che aveva deciso di rinunciare alla propria passione per mandare un messaggio.

Ed è proprio qui che la vicenda della tifoseria laziale diventa più grande della semplice contrapposizione tra chi entra e chi non entra.

La vera domanda non è chi abbia ragione.

La vera domanda è perché una piazza che storicamente può portare decine di migliaia di persone allo stadio sia arrivata a vivere una situazione nella quale 4.000 presenze possono diventare una notizia.

Perché quando uno stadio da oltre 60.000 posti appare quasi vuoto, il problema non è soltanto il numero degli spettatori.

È ciò che quel vuoto rappresenta.

È la distanza.

È la frattura.

È la perdita di entusiasmo.

Ed è soprattutto una domanda rivolta a chi gestisce il club: quanto tempo può sopravvivere una squadra senza il rapporto quotidiano con la propria gente?

Il calcio moderno parla spesso di ricavi, diritti televisivi, sponsor, merchandising, hospitality e strategie commerciali. Tutto necessario, naturalmente.

Ma alla fine una società di calcio vive anche di una cosa che nessun bilancio riesce a contabilizzare completamente: il rapporto con il proprio pubblico.

Uno stadio pieno produce energia.

Uno stadio vuoto produce domande.

E oggi quei 4.000 tifosi rappresentano proprio questo.

Non necessariamente una fazione.

Non necessariamente il consenso alla società.

Forse semplicemente la parte di una tifoseria che, nonostante tutto, non riesce a stare lontana dalla Lazio.

E allora forse sarebbe sbagliato chiedere a quei 4.000 da che parte stanno.

La domanda più interessante sarebbe un’altra: quanto sono ancora lontani dalla Lazio tutti gli altri?

Perché se quei 4.000 sono davvero il “settore ospiti” della propria casa, allora il problema non è capire chi occupa quel settore.

Il problema è capire perché il resto dello stadio sia rimasto vuoto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

calcioealtrestorie.it
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo da poterti offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutano il nostro team a capire quali sezioni del sito Web ritieni più interessanti e utili.