UEFA, LA MACCHINA DEL CALCIO EUROPEO

Dove finiscono i miliardi e dove sono i tifosi?

Per capire che cosa sia diventata oggi la UEFA bisogna, almeno per un momento, smettere di guardare soltanto il campo. Perché dietro una partita di Champions League, una finale europea o un Campionato Europeo esiste una macchina molto più grande di quella che appare per novanta minuti sul terreno di gioco.

È una macchina sportiva, certamente. Ma è anche economica, finanziaria, organizzativa e istituzionale. La UEFA organizza competizioni, gestisce diritti televisivi e commerciali, stabilisce regolamenti, distribuisce risorse e, attraverso le 55 federazioni affiliate, sostiene una parte importante dello sviluppo del calcio europeo.

I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan la dimensione raggiunta dal sistema.

Nella stagione 2024/25, per la prima volta in una stagione senza Campionato Europeo maschile, la UEFA ha superato i 5 miliardi di euro di ricavi: 5,014 miliardi. Le competizioni per club hanno rappresentato da sole 4,414 miliardi, pari all’88% del totale. I diritti media hanno generato 4,065 miliardi, mentre quelli commerciali hanno prodotto 787 milioni. Biglietteria e hospitality hanno contribuito con altri 100 milioni.

Sono numeri che raccontano la crescita di un’industria.

Ma raccontano anche una domanda.

Dove finiscono quei miliardi?

E soprattutto: quale posto occupano i tifosi dentro questo sistema?

La UEFA sostiene di aver redistribuito nella stagione 2024/25 3,9 miliardi di euro a club e associazioni. Premi e pagamenti di solidarietà, insieme, hanno rappresentato oltre l’86% della spesa complessiva. Il risultato netto dell’esercizio è stato negativo per 46,2 milioni di euro, coperti dalle riserve, che a fine stagione ammontavano a 521,8 milioni.

Questo dato è importante perché impedisce una lettura semplicistica della UEFA come di una macchina che incassa miliardi e li trattiene nelle proprie casse.

La maggior parte delle risorse torna nel sistema calcio, il punto, però, è capire come.

Perché redistribuire non significa necessariamente redistribuire nello stesso modo a tutti i soggetti che contribuiscono a creare il valore del calcio.

Ed è qui che il discorso diventa interessante.

Perché il tifoso è ovunque, anche quando non compare nei bilanci.

È negli ascolti televisivi che danno valore ai diritti. È sugli spalti che trasformano una partita in un evento. È davanti allo schermo quando uno sponsor compra visibilità. È nelle città che trasformano una gara in un appuntamento collettivo. È nelle fotografie, nelle rivalità, nelle trasferte, nei racconti tramandati da una generazione all’altra.

Il tifoso non è soltanto qualcuno che compra un biglietto, é una parte del prodotto calcio.

Eppure il sistema economico del calcio europeo dispone di strumenti estremamente sofisticati per distribuire risorse a federazioni, club e competizioni, mentre il mondo delle associazioni dei tifosi continua prevalentemente a muoversi dentro una dimensione di rappresentanza.

È una differenza che merita di essere osservata.

Per capire come siamo arrivati fin qui bisogna tornare indietro di quasi vent’anni.

Nel 2007 Michel Platini venne eletto presidente della UEFA. Il calcio europeo aveva già iniziato da tempo la propria trasformazione commerciale, ma negli anni successivi il processo avrebbe assunto una dimensione sempre più ampia. La Champions League sarebbe diventata un prodotto globale, i diritti televisivi avrebbero raggiunto valori enormi e gli sponsor internazionali avrebbero acquisito un peso crescente.

Nel 2009 Gianni Infantino arrivò alla segreteria generale della UEFA.

Poi arrivò il 2015, fu uno degli anni più complessi nella storia recente del calcio internazionale. La vicenda relativa al pagamento di 2 milioni di franchi svizzeri effettuato nel 2011 dalla FIFA a Platini per una consulenza svolta anni prima diventò uno dei casi centrali della crisi che coinvolse i vertici del calcio mondiale.

Su quella vicenda bisogna essere precisi.

Platini e Joseph Blatter hanno sempre sostenuto la legittimità del pagamento. Dopo una prima assoluzione nel 2022, nel marzo 2025 il Tribunale penale federale svizzero ha confermato l’assoluzione di entrambi dalle accuse di frode.

Non è quindi corretto trasformare quella storia in una condanna che non esiste.

Le conseguenze politiche, tuttavia, furono profonde. Platini ha sostenuto che la vicenda abbia compromesso la sua possibilità di diventare presidente della FIFA. Nel 2026 l’ex presidente UEFA ha inoltre intrapreso iniziative giudiziarie in Francia nei confronti della FIFA e di Gianni Infantino, sostenendo di essere stato ostacolato nella propria candidatura. Si tratta di accuse formulate da Platini e contestate dalla FIFA, che dovranno essere valutate nelle sedi competenti.

È una storia che appartiene al passato, ma aiuta a comprendere un elemento strutturale del calcio internazionale: quando il denaro cresce, cresce anche il peso delle decisioni che ruotano intorno a quel denaro.

Nel settembre 2016 la presidenza della UEFA passò ad Aleksander Čeferin.

Da allora il calcio europeo ha attraversato la pandemia, la crisi della Super League, la trasformazione delle competizioni e una crescita economica che ha portato l’organizzazione a una dimensione senza precedenti.

La stagione 2024/25 è forse la fotografia più chiara di questa trasformazione.

La nuova formula delle competizioni maschili per club ha contribuito alla crescita dei ricavi. La UEFA ha registrato 5,014 miliardi di euro di entrate, con i tornei per club responsabili dell’88% del totale. I diritti media rappresentano da soli oltre l’81% dei ricavi.

Il calcio europeo, dunque, è diventato anche una gigantesca industria dei diritti.

Ma i diritti televisivi non nascono dal nulla, hanno valore perché esiste un pubblico.

E quel pubblico ha un nome: tifosi.

È qui che il ragionamento economico incontra quello sociale.

La UEFA dispone di uno degli strumenti più importanti per comprendere come le proprie risorse vengono reinvestite: il programma HatTrick.

Nato nel 2004, HatTrick utilizza i ricavi netti dei Campionati Europei maschili per sostenere lo sviluppo del calcio attraverso le 55 federazioni affiliate alla UEFA.

Alla fine del quinto ciclo, nel giugno 2024, il programma aveva distribuito complessivamente 2,6 miliardi di euro. Il sesto ciclo, collegato a EURO 2024, prevede altri 935 milioni di euro nel quadriennio 2024-2028. Entro il 2028 la UEFA prevede di raggiungere 3,5 miliardi complessivamente reinvestiti attraverso HatTrick.

Ogni federazione può arrivare a ricevere fino a 17 milioni di euro nel ciclo 2024-2028.

Le risorse possono essere destinate a infrastrutture, calcio di base, calcio femminile, formazione, arbitraggio, giovani, governance e responsabilità sociale e ambientale. La UEFA indica tra i risultati del programma la realizzazione di campi, centri tecnici e altri progetti di sviluppo in tutto il continente.

È una parte della UEFA che nel racconto quotidiano del calcio passa spesso in secondo piano.

Eppure è fondamentale.

Perché dimostra che la UEFA non è soltanto una macchina che organizza competizioni e distribuisce premi.

È anche una struttura che raccoglie risorse e decide come reinvestirle nel sistema.

Ed è proprio qui che ritorna la domanda sui tifosi.

Se esiste una struttura così articolata per finanziare lo sviluppo del calcio attraverso le federazioni, quale spazio esiste per le associazioni dei tifosi?

La risposta non può essere che la UEFA ignori i supporter, non sarebbe corretto.

Nel gennaio 2023 UEFA e Football Supporters Europe hanno firmato un Memorandum of Understanding che ha formalizzato la loro collaborazione fino al 2026. Tra gli obiettivi ci sono il miglioramento dell’esperienza dei tifosi nelle competizioni UEFA, il rafforzamento della rete degli Supporter Liaison Officer e lo sviluppo del dialogo con i tifosi a livello nazionale.

Nel giugno dello stesso anno il Comitato Esecutivo UEFA ha inoltre deciso di integrare la voce dei tifosi, attraverso Football Supporters Europe, nelle proprie strutture decisionali, assegnando rappresentanti dei supporter a comitati permanenti e gruppi di lavoro.

È un passaggio significativo, il tifoso viene riconosciuto come interlocutore, viene ascoltato, viene rappresentato.

Ma esiste una differenza sostanziale tra essere rappresentati e avere accesso diretto a strumenti di finanziamento per progetti sociali e culturali.

Ed è probabilmente questa la questione che merita oggi una discussione più ampia.

Perché il tifoso non è soltanto il consumatore finale del prodotto calcio.

Una televisione paga miliardi per acquistare i diritti perché milioni di persone guardano le partite.

Uno sponsor investe perché quelle partite raggiungono un pubblico.

Una finale europea diventa un evento internazionale perché esiste una comunità pronta a viverla.

Il valore economico del calcio, quindi, nasce anche dalla presenza di una comunità.

Nei bilanci, naturalmente, non troviamo una voce denominata “valore prodotto dai tifosi”.

Non troviamo una cifra che quantifichi il lavoro volontario di un’associazione.

Non troviamo il valore economico della memoria di una squadra, di un archivio storico conservato per decenni, di una raccolta fondi organizzata da un club di tifosi o di un progetto realizzato nelle scuole.

Questo non significa che quel valore non esista, significa che è difficile trasformarlo in una voce contabile.

Ed è proprio questa difficoltà che rischia di renderlo invisibile, esiste un mondo del tifo che vive lontano dai grandi bilanci.

Sono persone che raccolgono fondi per una famiglia colpita da una tragedia. Tifosi che organizzano raccolte alimentari. Gruppi che portano aiuti alle comunità colpite da un’alluvione. Associazioni che entrano nelle scuole. Persone che conservano fotografie, giornali, documenti e testimonianze.

Esistono progetti contro il razzismo, progetti di inclusione, iniziative per persone con disabilità.

Attività nelle periferie, musei e archivi della memoria sportiva.

Sono tutte esperienze diverse, spesso piccole, talvolta invisibili.

Non sono Champions League, non sono diritti televisivi, non sono sponsorizzazioni.

Ma sono calcio, e soprattutto sono comunità.

Da qui nasce una domanda concreta.

È possibile immaginare che una parte delle risorse destinate allo sviluppo sociale del calcio possa essere accessibile anche alle associazioni dei tifosi attraverso bandi, criteri di ammissibilità, certificazione, rendicontazione e controllo?

Non finanziamenti alla passione, non contributi alle trasferte.

Non denaro distribuito semplicemente perché un gruppo rappresenta una tifoseria.

Progetti, valutabili, misurabili, rendicontabili, trasparenti.

Un’associazione potrebbe chiedere sostegno per digitalizzare un archivio storico. Un’altra potrebbe costruire un progetto educativo nelle scuole. Un’altra potrebbe lavorare sull’inclusione delle persone con disabilità. Un’altra ancora potrebbe sviluppare un programma contro il razzismo o recuperare la memoria storica di una comunità sportiva.

Il criterio non sarebbe l’appartenenza, sarebbe la qualità del progetto.

Questo cambierebbe la natura del rapporto tra UEFA e tifosi.

Perché significherebbe passare dalla rappresentanza alla partecipazione progettuale.

La UEFA ha già dimostrato di possedere strumenti capaci di finanziare lo sviluppo del calcio attraverso programmi strutturati. HatTrick ne è l’esempio più evidente.

La domanda, allora, non è se sia tecnicamente possibile creare meccanismi di questo tipo.

La domanda è se il sistema ritenga opportuno farlo, é una questione culturale prima ancora che finanziaria.

Significherebbe riconoscere il tifoso non soltanto come consumatore, ma come stakeholder del calcio: una parte interessata, ma anche potenzialmente responsabile della crescita della comunità sportiva.

Nel frattempo, però, c’è un altro capitolo che merita attenzione.

Quello del costo della macchina.

Una struttura capace di gestire oltre 5 miliardi di euro di ricavi deve essere osservata non soltanto per ciò che distribuisce, ma anche per ciò che costa.

Il bilancio UEFA 2024/25 indica 468,6 equivalenti a tempo pieno per la UEFA. A questi si aggiungono le strutture societarie collegate alle competizioni e agli eventi, che il bilancio tratta separatamente.

La macchina ha dunque un costo significativo.

E questo, di per sé, non rappresenta un’anomalia.

Una grande organizzazione internazionale ha bisogno di personale, infrastrutture, sistemi tecnologici, competenze legali, amministrative e commerciali.

La questione è un’altra.

Quanto costa complessivamente governare questa macchina?

E soprattutto, quali criteri vengono utilizzati per determinare i compensi della governance?

Sono domande che non implicano automaticamente un giudizio negativo.

Sono domande di trasparenza.

La UEFA pubblica nel proprio bilancio le remunerazioni dei vertici e degli organi di governo. Il tema interessante, quindi, non è trasformare una cifra in uno scandalo, ma osservare il rapporto tra costo della governance, dimensione economica dell’organizzazione e risorse destinate allo sviluppo del calcio.

La trasparenza non è un’accusa.

È una condizione per poter comprendere.

Lo stesso vale per le compensazioni post-servizio previste per alcuni membri di lungo corso dell’Executive Committee.

Anche qui la questione non è stabilire preventivamente se esista qualcosa di irregolare.

La domanda è molto più semplice.

Quanto valgono complessivamente queste compensazioni?

A chi vengono corrisposte?

Per quanto tempo?

Secondo quali criteri?

Qual è il loro costo cumulativo?

Quando un’organizzazione gestisce miliardi di euro, queste domande diventano parte naturale del controllo pubblico sul funzionamento dell’istituzione.

E riportano al punto centrale, non quanto guadagna il presidente, non quanto guadagna un dirigente, non quanto costa un singolo ufficio, il punto è seguire il percorso del denaro.

Quanto va ai club?

Quanto alle federazioni?

Quanto alla solidarietà?

Quanto alle infrastrutture?

Quanto al calcio femminile?

Quanto ai giovani?

Quanto al calcio di base?

Quanto alla responsabilità sociale?

Quanto costa la struttura?

Quanto costa la governance?

E quanto arriva, direttamente o indirettamente, alle comunità che costituiscono una parte essenziale del calcio?

La UEFA, da questo punto di vista, ha costruito strumenti importanti.

HatTrick ha distribuito 2,6 miliardi di euro alle 55 federazioni fino al giugno 2024 e altri 935 milioni sono stati programmati per il ciclo 2024-2028.

Durante la pandemia, la UEFA aveva inoltre anticipato alle federazioni 236,5 milioni di euro di fondi HatTrick per aiutarle ad affrontare l’emergenza.

Sono dati che mostrano la capacità dell’organizzazione di utilizzare la propria forza economica per sostenere il sistema.

Ed è proprio per questo che la questione dei tifosi diventa più interessante.

Non perché la UEFA non faccia nulla.

Al contrario, perché ha dimostrato di possedere strumenti economici e organizzativi molto sofisticati.

La domanda è se questi strumenti possano, nel futuro, essere estesi anche alla dimensione sociale e culturale del tifo.

Non si tratterebbe di finanziare le curve, si tratterebbe di finanziare progetti, non di attribuire privilegi.

Di creare opportunità regolamentate, non di distribuire denaro senza controllo.

Di introdurre bandi, criteri, certificazioni, rendicontazione e valutazione dei risultati.

Potrebbe essere una nuova forma di politica europea per la cultura del tifo.

Una politica che non consideri il supporter soltanto come una persona da tutelare quando entra nello stadio, ma come un soggetto capace di produrre valore per la comunità.

La UEFA ha già riconosciuto formalmente il ruolo dei tifosi nel proprio sistema di governance. Attraverso Football Supporters Europe, i rappresentanti dei supporter partecipano a comitati e gruppi di lavoro e collaborano con l’organizzazione su temi come l’esperienza negli stadi, le trasferte e il dialogo nazionale.

Il passaggio successivo, se mai venisse considerato, sarebbe quindi quello dalla consultazione alla progettazione.

È un’ipotesi.

Non una realtà già esistente., ed è proprio per questo che vale la pena discuterne.

Perché il calcio europeo sta cambiando rapidamente.

Le competizioni aumentano, i diritti televisivi aumentano, gli sponsor aumentano, gli stadi diventano più moderni.

Le piattaforme digitali modificano il modo di seguire le partite, il calcio diventa sempre più globale.

Ma c’è qualcosa che nessun nuovo format può costruire artificialmente.

L’appartenenza, quella non si compra e non si vende, non si mette a bilancio.

Si tramanda, passa da un padre a un figlio, da madre a figlia, da una curva a una nuova generazione, da una città a una comunità.

È fatta di fotografie conservate per decenni, di sciarpe, bandiere, trasferte, racconti, amicizie e solidarietà.

È fatta soprattutto di persone.

Quella parte del calcio non appare nei ricavi UEFA.

Ma contribuisce a dare valore a quei ricavi.

Ed è questo il paradosso.

Il calcio europeo è diventato una macchina economica sempre più sofisticata proprio perché milioni di persone continuano a considerarlo qualcosa che va oltre l’economia.

La partita può essere venduta come prodotto televisivo.

La passione no, il diritto televisivo può avere un prezzo.

Un ricordo di famiglia no, uno sponsor può comprare visibilità.

Non può comprare l’appartenenza di una città alla propria squadra.

Un algoritmo può suggerire una partita.

Non può spiegare perché una persona continui ad andare allo stadio dopo cinquant’anni.

Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto vale il calcio europeo.

Dovremmo chiederci quanto vale la sua comunità.

E soprattutto se il sistema economico costruito attorno al calcio debba continuare a considerare quella comunità soltanto come pubblico oppure riconoscerla anche come parte attiva dello sviluppo.

La UEFA ha già costruito una struttura di redistribuzione, ha già riconosciuto formalmente la rappresentanza dei tifosi.

Ha già aperto spazi di partecipazione attraverso Football Supporters Europe.

Il passo successivo potrebbe essere oggetto di una discussione europea: creare, accanto ai grandi strumenti destinati alle federazioni e al sistema calcistico, uno spazio regolamentato per i progetti delle associazioni dei tifosi.

Non sarebbe una concessione, sarebbe una scelta di politica sportiva.

E potrebbe essere costruita con regole uguali per tutti.

Un’associazione certificata presenta un progetto, il progetto viene valutato.

Le risorse vengono assegnate sulla base di criteri pubblici, il denaro viene rendicontato, iI risultati vengono verificati.

Se il progetto funziona, viene replicato, se non funziona, viene corretto o interrotto.

In questo modo il tifoso non diventerebbe semplicemente destinatario di risorse.

Diventerebbe protagonista di una parte della loro utilizzazione.

È una prospettiva che potrebbe interessare anche l’Italia, dove il rapporto tra calcio, città e comunità sportive ha radici profonde.

La federazione nazionale potrebbe svolgere un ruolo di raccordo. Le associazioni potrebbero costruire progetti. Club e istituzioni locali potrebbero collaborare. La UEFA potrebbe definire criteri e strumenti.

Potrebbe nascere una rete europea di progetti realizzati dai tifosi.

Non per sostituire club e federazioni, ma per completare il sistema.

Perché il calcio europeo è composto da chi lo governa, da chi lo organizza, da chi lo gioca e da chi lo vive.

Le prime tre dimensioni hanno strutture, bilanci e strumenti di rappresentanza molto chiari.

La quarta ha soprattutto una cosa.

La passione, ma la passione, nel calcio, non è un elemento secondario.

È il carburante della macchina, senza spettatori, senza ascolti, senza comunità, senza memoria e senza appartenenza, una parte enorme del valore economico prodotto dal calcio semplicemente non esisterebbe.

E allora la domanda finale non riguarda soltanto i miliardi della UEFA.

Riguarda il rapporto tra quei miliardi e le persone che rendono possibile la loro esistenza.

Quanto del valore prodotto dal calcio torna alla comunità che lo sostiene?

Quanto viene destinato alla crescita sociale del gioco?

E quanto potrebbe essere destinato a chi, ogni giorno, senza comparire nei grandi bilanci, costruisce memoria, solidarietà, educazione e appartenenza?

Uno stadio si può costruire con milioni di euro.

Una competizione si può costruire con miliardi.

Una piattaforma televisiva può trasformare una partita in un prodotto globale.

Ma il popolo che dà un’anima a quello stadio e a quella competizione non si può costruire a posteriori.

Quello esiste prima del bilancio.

Prima dello sponsor, prima dei diritti televisivi, prima della partita.

Forse è proprio qui che la grande macchina del calcio europeo deve guardarsi allo specchio.

Non per chiedersi soltanto quanto riesce a produrre.

Ma per capire chi, insieme a lei, produce quel valore.

I tifosi non sono una voce del bilancio UEFA.

Ma senza i tifosi, probabilmente, quel bilancio avrebbe un significato molto diverso.

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