Nel calcio ci sono partite che si giocano in novanta minuti e altre che cominciano molto prima. Alcune non hanno arbitro, pallone né tabellone luminoso. Si giocano nelle stanze dove si discute, nei corridoi delle istituzioni, sulle tribune vuote e soprattutto nella capacità di stare seduti allo stesso tavolo senza pretendere che l’altro la pensi come noi.
Il 16 ottobre potrebbe essere una di quelle partite.
Non sappiamo ancora quale sarà il risultato. E sarebbe persino curioso pretendere di saperlo prima di cominciare. Nel calcio ci sono partite che si giocano in novanta minuti e altre che cominciano molto prima. Alcune non hanno arbitro, pallone né tabellone luminoso. Si giocano nelle stanze dove si discute, nei corridoi delle istituzioni, sulle tribune vuote e soprattutto nella capacità di stare seduti allo stesso tavolo senza pretendere che l’altro la pensi come noi.
Il 16 ottobre potrebbe essere una di quelle partite.
Non sappiamo ancora quale sarà il risultato. E sarebbe persino curioso pretendere di saperlo prima di cominciare. La F.I.S.S.C., Federazione Italiana Sostenitori Squadre Calcio, ha chiamato a raccolta diverse componenti del mondo del tifo per una Tavola Rotonda dedicata al diritto alla trasferta, alla sicurezza e alla tutela dei tifosi. Al tavolo sono state invitate SinC – Supporters in Campo, FederTifosi, FederSupporter e il Movimento Ultras, oltre alle realtà che vorranno confrontarsi. Il comunicato ufficiale della F.I.S.S.C.
La novità non sta soltanto nell’argomento. Sta nel tentativo.
Perché mettere insieme il mondo del tifo italiano non è roba da poco. Ci sono sigle, storie, appartenenze, sensibilità differenti. Ci sono tifoserie che per decenni si sono guardate con sospetto e altre che, davanti alla stessa questione, hanno scelto strade completamente diverse. Il calcio è fatto così: divide con una facilità impressionante e qualche volta, proprio quando serve, riesce a ricordare che esistono problemi che non hanno colore.
Il diritto di andare in trasferta è uno di questi.
Oggi tocca a uno. Domani può toccare a un altro. Una porta chiusa, una trasferta vietata, una limitazione imposta a una tifoseria diventano facilmente un precedente. E i precedenti, nel calcio come nella vita, hanno il vizio di viaggiare molto più velocemente delle buone intenzioni.
Per questo il 16 ottobre non dovrebbe essere guardato soltanto come un appuntamento.
È l’inizio di un percorso.
E quando si comincia un percorso sarebbe sciocco raccontare già dove si arriverà. Nessuno può sapere oggi se da quella stanza uscirà un manifesto, un documento comune, una piattaforma di proposte o semplicemente la decisione di continuare a parlarsi. Potrebbe nascere qualcosa di importante oppure potrebbe emergere quanto siano profonde le distanze.
Anche questo fa parte del gioco.
La F.I.S.S.C. ha indicato una strada, ma non ha scritto il finale. Ed è probabilmente la parte più interessante dell’iniziativa: provare a fare da capofila senza pretendere di essere il padrone del pullman.
Perché il pullman è dei tifosi.
Ognuno può salire con la propria maglia, il proprio stemma, la propria storia e la propria bandiera. Nessuno deve consegnare la propria identità all’ingresso. Nessuno deve rinunciare alla propria sigla. Ma se per una volta tutti salgono sullo stesso mezzo, almeno per un tratto, si può provare ad andare nella stessa direzione.
È questa la scommessa. Non diventare tutti uguali. Ma diventare capaci di stare insieme quando la questione riguarda tutti.
Qualche mese fa abbiamo visto qualcosa di simile accadere nelle sedi del Parlamento. Realtà appartenenti a tifoserie differenti, anche profondamente contrapposte, hanno sottoscritto un documento con un obiettivo comune. Nemici sugli spalti, per qualcuno. Ma capaci, almeno in quella circostanza, di riconoscere che esisteva una questione più grande della rivalità.
Non serviva diventare amici, serviva farsi ascoltare, e forse è proprio questo il punto dal quale ripartire.
Perché il mondo del tifo italiano ha spesso avuto un problema: tante voci, moltissime energie, infinite differenze e una difficoltà cronica nel trasformare tutto questo in una capacità di interlocuzione comune.
Le istituzioni, invece, parlano con una voce sola molto più spesso, non è un giudizio. È un dato di fatto. E allora perché non provare, almeno sulle questioni che riguardano tutti, a costruire una voce comune senza cancellare le differenze?
La F.I.S.S.C. ci prova. Lo fa forte di una storia che parte dal 1970 e di un’esperienza maturata accanto ai tifosi, ma dichiarando la volontà di sedersi allo stesso livello delle altre componenti. Non sopra. Non davanti. Al tavolo. Perché un tavolo serve a discutere, e discutere significa anche poter uscire dalla stanza senza essere d’accordo.
La parte difficile viene dopo. Dopo il documento. Dopo le fotografie. Dopo i comunicati. Dopo le strette di mano. Perché un manifesto può essere bellissimo sulla carta e restare completamente inutile se nessuno lo porta avanti il giorno successivo.
Il vero banco di prova sarà quindi la continuità.
Capire se il 16 ottobre sarà soltanto una giornata oppure la prima tappa di un percorso. Capire se le diverse componenti avranno la volontà di tornare a sedersi insieme. Capire se dalle parole nasceranno proposte concrete. Capire, soprattutto, se sarà possibile costruire un dialogo con le istituzioni nel quale il tifoso non venga considerato soltanto quando bisogna chiedergli qualcosa.
Il tifoso paga il biglietto. Viaggia. Riempie gli stadi. Compra una maglia. Porta i figli allo stadio. Segue la squadra in casa e fuori casa. Tiene in piedi una parte importante dell’economia del calcio e, soprattutto, ne alimenta la ragione stessa di esistere.
Senza tifosi il calcio sarebbe soltanto un magnifico esercizio atletico giocato davanti a tribune vuote.
Il problema, allora, non è stabilire chi abbia ragione a prescindere. Il problema è trovare un modo per discutere.
Sicurezza e diritto alla trasferta non devono necessariamente essere parole nemiche. La sicurezza può essere perseguita senza trasformare automaticamente il tifoso in un problema. La responsabilità può essere individuale senza diventare una colpa collettiva. Le istituzioni possono chiedere rispetto delle regole e, contemporaneamente, ascoltare chi quelle regole le vive sulla propria pelle.
Sono temi enormi. E proprio per questo nessuna sigla, da sola, può pensare di avere tutte le risposte. Ecco perché quella tavola rotonda può avere un senso. Non perché sappiamo già cosa produrrà, ma perché non lo sappiamo.
Il 16 ottobre si parte senza conoscere l’arrivo. Ed è forse la maniera più onesta per cominciare.
La F.I.S.S.C. ha acceso il motore. Le altre componenti sono chiamate a salire. Ora bisogna vedere chi avrà voglia di salire. E soprattutto bisognerà capire se, una volta chiuse le porte, qualcuno sarà disposto a dire: andiamo.
Tutti con la propria maglia, tutti con la propria storia, ma, almeno per una volta, nella stessa direzione.
Perché nel calcio la rivalità può essere sacra. Ma quando si tratta del diritto di essere tifosi, forse la vera forza non sta nel gridare più forte degli altri.
Sta nel riuscire, quando serve, a non viaggiare più da soli.
Una risposta
Speriamo sia l’inizio di una nuova era.non ne possiamo piu’ di trasferte vietare.